Tette


Le mie tette
Da quando non indosso più il reggiseno, ho iniziato a preoccuparmi sempre di meno delle mie tette: prima mi crucciavo per la loro grandezza (sarebbe meglio dire piccolezza) e le nascondevo perché la forma del capezzolo non si doveva vedere, il colore del capezzolo non si doveva vedere, tanto meno il reggiseno si doveva vedere. Prima mi sentivo legittimata a mostrarle solo quando raggiungevano una taglia a mio avviso dignitosa (e cioè quando ero nella fase di preciclo) e per un motivo preciso (sedurre). Ora, invece, non me ne frega più niente.
E proprio ora che a me non importa nulla di taglie, grandezza e visibilità, l’interesse nei confronti delle mie tette è cresciuto vertiginosamente, iniziando così a essere il focus in accesi dibattiti che ho sostenuto con vari esperti: amici, colleghi e sconosciuti, quasi sempre uomini (è ovviooooo).
Addirittura ho ricevuto la nomea di “femminista comunista con le tette di fuori”. Wow, di sicuro si sono impegnati con gli appellativi.
 
Io non le volevo vedere, ma dato che sei stata tu a mostrarle…la prossima volta indossa il reggiseno.
È con questa frase molto elementare (nel senso che potrebbe pronunciarla solo un bambino delle elementari, o chi mentalmente è rimasto a periodo di vita) che giustificano la propria azione e, al contempo, responsabilizzano la tua scelta, trasformandola non in una decisione da poter o non poter prendere, ma in una necessità. Se non vuoi che ti guardino le tette devi mettere il reggiseno. Punto. Non c’è alternativa.
Eppure, visto che mi sembra non vi dispiaccia buttare un occhio, perché mi fate sentire in colpa se decido di non indossare il reggiseno? Qual è il motivo per cui esiste questo doppio standard e dove sta l’inghippo? Poi, l’illuminazione: e se quello che disturba gli occhi di chi mi guarda non fossero davvero le mie tette che si vedono o intravedono attraverso la maglietta? Perché gli sguardi che cercano di mettere a tacere dopo avermi guardato il seno, parlano. Quel luccichio nelle pupille, quel sorrisetto perverso e solamente accennato che però fa più rumore di una risata fragorosa. Quel commento che pensano. Alcuni, quel commento che pronunciano.
 
La conclusione, come si poteva immaginare, è leggermente diversa dal previsto: non sono le tette a suscitare scandalo, ma la nonchalance con cui non le nascondo più. Forse quello che infastidisce è il buon rapporto che ho con esse. O forse è la totale assenza di un rapporto tra me e le mie tette a causare quel senso di straniamento altrui. L’indifferenza che provo nei confronti del mio stesso seno. Devo ammetterlo: è stato un processo lungo e probabilmente ancora incompleto. Si tende a pensare che per distruggere un rapporto basti poco ma non è così, soprattutto quando in quella relazione ci sei nato. Immaginate: convivere venti, trenta, quarant’anni con l’idea che il tuo seno debba essere sorretto da un indumento, visibile ma non troppo, che debba essere abbastanza grande per poterti definire donna ma non troppo da sembrare volgare. In realtà vivere così alla maggior parte di noi non è mai pesato proprio perché con queste regole ci siamo nate. È la storia della caverna di Platone. Ma dal momento in cui esci dalla caverna del reggiseno, inizi a vedere tutte le costrizioni come, appunto, costrizioni. Così la normalità appare costruita, la natura delle cose diventa artificio e il reggiseno si trasforma in una gabbia. Le tette, in modo opposto, si liberano da quelle catene di cotone a cui inizialmente nemmeno sapevano di essere legate, tornando a essere quello che sono: tette.
 
Eppure per molti la questione non è così semplice. Le tette non possono essere solo tette e infatti ci hanno insegnato ad attribuire loro significati, a sessualizzarle, a politicizzarle. Ci hanno istruiti ad avere un pensiero su di esse. Ci hanno indotto a scegliere: vergognartene o andarne fiera. Devi decidere a quale categoria appartenere, devi dire la tua, devi schierarti: mostrarle o nasconderle. Devi farci qualcosa, come se non potessero semplicemente starsene lì, attaccate al petto, a penzoloni. Come se appunto non potessero essere quello che sono: tette.
 
Mi fermo, rifletto. Che cosa assurda le tette. Desiderate e ripudiate allo stesso tempo, un po’ come tutte le parti del corpo femminile. Lecito mostrarle solo quando ti chiedono di farlo. Quando invece le scopri di tua sponte sei un’impudica. Ma anche questo vale per tutte le parti del corpo femminile.
Ma chi ha tratteggiato quella linea sottile, sottilissima, che divide il seno femminile da quello maschile. Chi è che ha deciso di sessualizzare solo uno dei due?
 
Origini
La risposta, così come per moltissime altre domande, va cercata agli albori della storia dell’uomo, o meglio agli albori di quella che dall’uomo viene considerato uno dei momenti più alti della storia per sviluppo filosofico, artistico e intellettuale: l’Antica Grecia. Come viene ben spiegato nel libro Il seno di Anja Zimmermann, il corpo femminile è stato rappresentato pressoché sempre nello stesso modo: con la caratteristica intrinseca della colpevolezza e del pudore. Nell’Antica Grecia, infatti, il nudo era molto presente sia negli uomini che nelle donne. C’era, però, una differenza sostanziale: il nudo maschile era normalità, una qualità da mostrare e di cui andare fieri; i più grandi eroi erano raffigurati nudi, così come gli dei. Nelle statue femminili, invece, il nudo c’era (figuriamoci se poteva mancare) tuttavia il corpo non emanava mai la stessa fierezza e autorevolezza della statua maschile, anzi: la donna era sì, scolpita e rappresentata nuda, ma con le braccia cercava di coprirsi la vulva e il seno. Inoltre la sua schiena non era mai dritta come quella maschile, ma leggermente curva, abbastanza da suggerire un senso di instabilità e precarietà.
 
Col passare del tempo le parti intime iniziarono ad essere coperte, ma non i seni, che rimasero accessibili agli occhi di tutti. La differenza, però, rimase: la donna le copriva, l’uomo no.
La storia delle statue è un cane che si morde la coda: se già nell’antichità le donne e i loro corpi venivano trattati diversamente, il modo in cui furono rappresentate non aiutò affatto a demolire questo retaggio ma anzi, lo incitò a crescere.
 
La donna scolpita, poiché come abbiamo detto prima non poteva mostrarsi, doveva utilizzare i propri arti superiori per coprirsi; in questo modo le figure femminili non avevano più le braccia per afferrare qualsiasi cosa: può sembrare un piccolo dettaglio insignificante, ma si rivelerà capace di influenzare l’idea di donna stessa. Mentre gli uomini venivano rappresentati con in mano spade, lance, giavellotti, libri, frutta, fiori, o un altro oggetto che ne descriveva il mestiere o le qualità intellettuali e fisiche, alla donna le mani servivano per coprirsi vulva e seno. Quello femminile venne classificato come il genere che si vergogna del proprio corpo e che lo copre, il sesso che si limita ad esistere pur di preservare la propria incolumità fisica. Tutto questo portò a danni incommensurabili nell’immaginario collettivo, danni di cui soffriamo ancora oggi: la studiosa del cinema Laura Mulvey ricollega a tale dinamica lo schema visivo hollywoodiano secondo il quale “L’uomo è fatto per guardare, la donna per essere guardata”. Come se le statue femminili greche sapessero che sarebbero state guardate, soprattutto nei punti che cercavano di coprire.
 
Poi, a poco a poco, le cose cambiarono: ci hanno messo una foglia, un velo e finalmente con un vestito le nostre mani erano libere di tenere ciò che volevamo! Ma ecco che di nuovo, prendi questo: ci hanno messo in braccio un bambino.
 
Le rappresentazioni, così come tutte le creazioni artistiche, sono contemporaneamente oggetto e soggetto: hanno la capacità di influenzare gli spettatori, ma allo stesso tempo loro medesime sono forgiate dal pensiero, dalle idee e opinioni dell’artista e della società in cui nascono. La donna che tiene in braccio il bambino non è solo la descrizione di quello che l’essere femminile faceva al tempo, ma è anche una chiara indicazione per i posteri: questo è quello per cui la donna è nata, ha sempre vissuto per questo e per questo deve continuare a vivere.
 
La donna con il bambino in braccio, inoltre, rimanda perfettamente all’idea dell’allattamento, una delle tesi più discusse nei dibattiti sul seno.
 
Uomini che allattano
Il seno femminile è biologicamente diverso da quello maschile perché solo il primo può allattare. È tale diversità anatomica e fisiologica che giustifica una serie di differenze sociali e culturali. Ciò che in pochi sanno, però, è che anche gli uomini possono allattare, o meglio l’hanno fatto.
 
Nel 1818 Alexander von Humboldt racconta la storia di un uomo di nome Francisco Lozano che, dopo la morte della moglie, si ritrovò da solo con il figlio di appena pochi mesi. Lozano prese l’abitudine di portare il figlio a letto con sé e per calmarlo lo accostava al petto. Il neonato iniziò a succhiare il capezzolo del padre che, per stimolazione, cominciò a produrre latte; Francisco dichiarò di aver nutrito il figlio per cinque mesi consecutivi dalle due alle tre volte al giorno. Un’altra storia simile, che testimonia la presenza di latte nel seno maschile, la troviamo in Storia antica del Messico di Francesco Saverio Clavigero: “Gli uomini del Nuovo Mondo abbondano di latte dal seno” scrive.
Tuttavia, nonostante le sopracitate siano delle vere e proprie testimonianze che confutano la tesi secondo cui solo le donne possono allattare, vennero tutte piegate a dimostrazione del fatto che fosse giusto che solo le femmine usassero i seni per nutrire i neonati. Sembra un controsenso, ma c’è un dettaglio che fa quadrare questo piano: le ideologie razziste. La possibilità di allattare venne descritta come una caratteristica solo di quegli uomini provenienti da popoli indigeni; per l’appunto questi stessi popoli furono definiti “rammolliti”. Poter allattare era quindi una qualità obbrobriosa e assolutamente innaturale (nonostante il latte fuoriuscisse dopo una semplice stimolazione, così come nelle donne) solo perché gli uomini dei casi registrati appartenevano a etnie considerate inferiori.
In altri momenti, invece, le testimonianze di padri che allattavano vennero insabbiate da scienziati e studiosi che le abbassarono a favole.
 
Nonostante i vari tentativi di negazione, rimase comunque necessario dare una spiegazione all’esistenza del capezzolo maschile: se non è per allattare, allora perché anche gli uomini hanno i capezzoli? I medici cercarono una risposta fino a quando si arrivò a dichiarare che il capezzolo maschile non era altro che un residuo della vita fetale: praticamente un avanzo, uno scarto (nello stesso modo venne classificato anche il clitoride). Insomma, non c’era da preoccuparsi, con l’evoluzione sarebbe scomparso. Chi glielo spiega che oggi sono ancora tutti capezzoli-muniti?
 
Razzismo
L’allattamento negli uomini è stato, mentre la presenza di grandi seni nelle donne è tuttora sinonimo di de-europeizzazione: le tette sono ancora un indicatore di provenienza geografica e sociale. In particolare, il seno grande rimanda alla blackness. Tale connessione ha un’origine antica e trova spiegazione in una piccola opera d’arte che probabilmente tutti conosciamo: la statuetta di Venere di Willendorf.
 
Le prime rappresentazioni femminili della storia raffigurano corpi nudi molto prosperosi: larghi fianchi, fisico possente, abbondante seno. Le successive rappresentazioni, invece, hanno tutte come protagoniste donne dalle stesse forme: con il seno nascosto ma non coperto, pelli bianche e glabre, lunghi capelli chiari e guance rosse. L’esempio più chiaro è la Venere di Botticelli.
 
Poiché non tutto è già stato scoperto, la storia non è mai completamente vera e obiettiva, ma dipende dalle fonti e dalle interpretazioni che ad essa vengono date. La Venere di Willendorf, la cui origine risale tra il 30.000 e il 25.000 a.C., dovrebbe essere considerata la linea d’inizio da cui partire per tracciare una storia artistica e culturale delle rappresentazioni femminili. Invece, poiché la statuetta venne scoperta solo nel 1908, la figura presa a modello fu proprio quella di Botticelli: nonostante sia molto più giovane, lei è “La Venere”. Le altre non sono semplici Veneri, ma delle donne corrotte, composte: Venere ottentotta, Venere impudica, Venere altra. Non importa quale sia nata prima. Non importa che la Venere di Willendorf fosse una mera rappresentazione senza secondi fini, e che invece quella di Botticelli sia l’idealizzazione di una figura mitica soggetta a sessualizzazione e rivisitazioni. Quello che contava era l’idea del bello e del giusto che, non si sta per quale motivo, per lungo tempo hanno girato a braccetto; e, ovviamente, dato che il giusto e il bello erano il bianco, il “giusto seno” era quello delle bianche: piccolo, compatto, minuto e controllato (alias controllabile).
 
La filosofia razzista insita nel pensiero che collega un prosperoso seno all’etnia è stata provata da alcuni dati sconcertanti: fino a una ventina di anni fa la maggior parte delle operazioni mastoplastiche a cui le donne si sottoponevano non erano di aumento, ma di riduzione del seno. Le europee riducevano il proprio seno perché le taglie piccole erano sinonimo di eleganza, raffinatezza e necessarie per dimostrare di appartenere a un’elevata classe sociale. Badate bene: non è che le donne volessero un seno piccolo, ma di certo non ne volevano uno grande.
 
Come per molte altre questioni, nacquero correnti opposte: i grandi seni fino a quel momento disprezzati perché rimandavano alla primitività e all’essere selvaggi, iniziarono, quasi come fosse una conseguenza ineluttabile, a essere sinonimo di sensualità. Infatti, non è la prima volta che qualcosa considerato prima ripugnante cominci pian piano a essere visto con gli occhi del desiderio: è proprio così che nascono tabù e fetish. Prendiamo ad esempio l’ossessione per i piedi, che fino a due anni fa era vista come una perversione malata: oggi il 36 e lo smalto bianco sono le basi per definire una donna sexy. Su questo punto si potrebbe aprire un discorso parallelo, perché risulta ormai evidente come la società riesca ogni volta a rendere desiderabile una nuova parte del corpo femminile, togliendoci pian piano il potere che dovremmo avere sul nostro stesso corpo. Ma appunto, è un altro discorso.
 
Tornando a noi: seguendo lo stesso iter arrivò il trend del seno prosperoso e abbondante.
Considerati più attraenti ed erotici, verso gli anni ‘40 del Novecento aumentarono le operazioni mastoplastiche additive che, a detta dei medici chirurgici, “correggevano una parte del corpo mutilata”. Che il seno piccolo che si andava a operare non fosse stato vittima di una mutilazione poco importava: andava ingrandito. Così si ricostruiva la femminilità che era andata a perdersi nel tempo con tutte le operazioni di riduzione, quando la donna moderna era caratterizzata da tette piccole e capelli alla maschietta.
 
Forse ora vedete meglio la rigidità e, contemporaneamente, l’elasticità di pensiero sul seno. Le opinioni su di esso cambiano molto velocemente, al passo con la moda; tuttavia si rimane coerenti su un aspetto: qualcosa va cambiato.
E così il seno, come anticipavo a inizio articolo, non può semplicemente esistere, ma deve essere vittima di mutilazioni, aggiunte, modifiche, abusi, critiche e opinioni.
 
Amazzoni vecchie
Amazzone deriva da a-mazos, dove alfa è un privativo e mazos significa seno. Le amazzoni sono dunque le donne prive di seno. La storia ci racconta di vere e proprie tribù di amazzoni, chiamate così perché le donne bruciavano la tetta destra delle figlie appena nate per facilitare loro in attività come il tiro con l’arco e la caccia. Il seno era considerato un impedimento, un ostacolo.
In realtà Erodoto, Diodoro e altri storici che raccontano di questo particolare popolo non sono così affidabili come si può credere: i loro report si basavano su testimonianze indirette di uomini che spesso non conoscevano così bene usi e costumi altrui, soprattutto non quelli femminili. È quindi plausibile che si tratti solo di una leggenda.
Che sia vera o no, questa storia ha comunque funzionato per molto tempo ed è proprio il motivo della sua diffusione a renderla interessante: se non sono mai esistite, perché la leggenda delle amazzoni ha continuato a essere raccontata?
 
Probabilmente nata con lo scopo di spaventare e disincentivare le donne nell’approccio alle attività belliche, l’esistenza delle amazzoni adempiva in modo perfetto a questo compito: non si era mai sentito di una tribù così selvaggia e barbara, che non conosce la civiltà tanto da scendere in battaglia e combattere contro gli uomini. Le amazzoni avevano tutte le carte in regola per essere temute e la prova schiacciante che dimostrava la loro perversione e mente malata era proprio il seno: la mutilazione a cui si sottoponevano giustificava e spiegava la corruzione amazzonica. Chi mai si autoreciderebbe il seno? Solo un pazzo. Appunto, le amazzoni erano pazze.
 
Questa storia ha funzionato così tanto che si è protratta fino ai giorni nostri: nella seconda metà del ‘900 media e giornali misero a paragone le rivoluzionarie sessantottine e le donne della RAF (Rote Armee Fraktion, Frazione dell’Armata Rossa) con le amazzoni. Le prime erano donne che si occupavano di politica, organizzavano sommosse e scendevano in piazza, mentre le seconde scendevano nel terreno di guerra; entrambe figure che, consapevolmente, agivano in direzione opposta rispetto all’ideale di femmina dell’epoca, mischiandosi in faccende “da uomini”. Soprattutto, entrambe figure che dimostrarono potere decisionale e forza politica.
 
Fu così che le amazzoni, create da uomini con l’intento di sradicare qualsiasi desiderio di potere nell’animo femminile, finirono per diventare, al contrario, il modello da seguire per ottenere una rivoluzione femminista. E oggi, che l’amazzone è più moderna che mai, mi domando: siamo ancora in grado di autodeterminare il nostro corpo e, di conseguenza, la nostra vita?
 
Le tette di Nina: amazzoni nuove
Circa tre mesi fa la mia amica Nina mi ha detto Vieni Mati, senti quanto pesano le mie tette. Tra una risata e un azzardo di peso, lei mi confessa serenamente di non riuscire nemmeno a vedersi i piedi poiché il seno le offusca la visuale. Io, come dire, ero sconvolta.
Ma in che senso non ti vedi i piedi?
No Mati ti giuro, è da anni ormai che devo espormi in avanti per vedermi le scarpe, le gambe, qualsiasi cosa a terra.
Oh mamma, non ci avevo mai minimamente pensato. Come sarebbe, se anche io non mi vedessi i piedi? E poi Nina mi rivela che il suo migliore amico è lo stesso dalla terza media, e cioè da quando le sue tette si sono sviluppate: il reggiseno.
Non metterlo sarebbe impensabile.
E io, che non lo indosso più da circa un anno, ringrazio Iddio per la mia misera seconda. Grazie.
 
Oggi, quando mi riaffiora alla mente la storia di Nina e delle sue tette, non posso che pensare all’artista Tsanana e alla sua performance “Parti del corpo che pesano”:
 
I will treat the breast as neither symbolic nor erotic, not from a medical and hardly from an aesthethic point of view. I will rather treat them as the first thing I sense from them: as weight.
trad: Non tratterò il mio seno come un qualcosa di simbolico o di erotico, e nemmeno da un punto di vista medico o estetico. Parlerò invece della prima cosa che provo con esso: il peso.
 
L’intento di Tsanana era quello di provare che il seno dovrebbe innanzitutto essere trattato come uno strumento utile per la vita quotidiana, piuttosto che essere sessualizzato, discusso o reso arte.
Il progetto durò dal 1996 al 2004 e terminò con l’operazione per la riduzione del seno.
 
Vorrei spronare Nina a ribellarsi a questo senso di dovere, a questo obbligo sociale e morale di indossare il reggiseno. Vorrei gridare l’urlo di battaglia proprio come se fossimo due amazzoni in guerra. Dare il via libera alla rivoluzione, scendere e starle accanto mentre brucia il reggiseno in Piazza Maggiore. Poi, però, penso che forse la sua è una necessità prettamente fisica: lei il reggiseno lo deve mettere perché le sue tette pesano. Altro che società, cultura, etica, morale e perbenismi vari. Il reggiseno la aiuta. E allora, in questo caso, viva il reggiseno.
 
Dietro a tutto questo c’è molta verità, perché non mettere il reggiseno solo per combattere un retaggio e uno stereotipo significa, inconsapevolmente, ritrovarsi incastrati in un altro stereotipo e, di conseguenza, alimentare lo schieramento nemico. Scegliere di non indossare il reggiseno per dimostrare a qualcuno di essere libere è un paradosso, perché la libertà non va dimostrata. E quando si parla di reggiseno, tette e femminismo si parla sempre di libertà.
 
Ecco chi sono le amazzoni moderne: quelle donne che non sentono di dover rendere conto a nessuno. Quelle che indossano il reggiseno se vogliono, quando vogliono e perché vogliono, così come quelle che escono senza reggiseno, senza pudore, senza paura di essere giudicate e senza temere di essere guardate: perché la vergogna sta negli occhi di chi guarda.



Bibliografia
Il seno: Storia culturale di una parte politica del corpo, Anja Zimmermann (2024)

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