I miei ex e questa frase del cazzo del vaso rotto


I miei ex fidanzati erano profondamente diversi tra loro per alcune cose, ma per altre così tanto simili che a volte penso addirittura potrebbero essere amici. O perlomeno soci, visto la loro innata indole da business men. Ecco, questa è la prima cosa che li accomuna. La seconda sono i capelli ricci. La terza una frase che mi hanno ripetuto tutti nello stesso identico modo: Non puoi ricomporre un vaso rotto. Anche se attacchi i pezzi non sarà mai come prima

E io, di conseguenza, rispondevo a tutti nello stesso identico modo: Grazie al cazzo


Io odio la frase del vaso rotto e non perché a pronunciarla sono stati i miei ex. La odio perché è una frase insignificante. 


Innanzitutto è evidente che non conoscano la pratica del kintsugi: un’arte di origine giapponese che consiste nel riparare un oggetto rotto attaccando le macerie con una colla mescolata all’oro; in questo modo si ripara il prodotto facendone risaltare le “cicatrici”, donando loro valore e trasformando l’oggetto stesso in un elemento molto più prezioso di quanto non lo fosse quando ancora non era andato in frantumi. 

Ma tralasciando questa tecnica, che ora forse potranno dire di conoscere, con o senza kintsugi la loro rimane una frase inutile. Così com’è inutile quel video in cui si stropiccia un foglio di carta e poi si fa notare che, nonostante le scuse, il foglio di carta non torna liscio come prima. 


Che tutte azioni abbiano delle conseguenze è ovvio e risaputo, quello che spesso non si dice è che non tutte sono una cicatrice indelebile, alcune sono più simili alle botte, altre sono più come dei tagli che nel giro di un paio di giorni rimarginano. Poi sì, ci sono anche loro, le cicatrici che, grandi o piccole, rimangono per sempre. 

Un’altra cosa che i miei ex avevano in comune era questa: a loro le cicatrici non piacevano. E oggi -ripensandoci- mi rendo conto che con tale presupposto la frase del vaso me la sarei proprio potuta aspettare. A chi non piacciono le cicatrici non piacciono neanche i vasi rotti. A chi non piacciono le cicatrici non piacciono neanche i cellulari scheggiati, le botte sull’auto, i fogli scarabocchiati, i fili tirati, le pagine dei libri spiegazzate, i graffiti sulle pareti, i calzini bucati, i jeans usurati e le calze strappate (queste ultime non piacciono neanche a me, anzi mi fanno proprio incazzare). A chi non piacciono le cicatrici non piace nulla che emani un passato. Eppure, a meno che non si parli di un essere vivente che è appena nato, di un libro che è appena stato stampato o di una parete che è appena stata costruita, tutto ha un passato, tutto ha un vissuto. Infatti è proprio per questo motivo che a me, invece, le cicatrici piacciono moltissimo, perché mi ricordano di essere viva e di esserlo stata. 


C’è questa idea deI corpo perfetto, immacolato, senza macchie, senza cellulite, rughe e cicatrici; ma i corpi perfetti sono belli solo sulle copertine. Quando mi capita di vederne uno dal vivo, liscio, vergine, incorrotto, mi spavento un po’: perché chi non ha cicatrici non è mai caduto arrampicandosi sugli alberi o correndo sui pattini. E se il tuo libro è intatto, senza pieghe, strappi, stropicci, sottolineature o chiose, allora sorge il dubbio che tu quel libro non l’abbia letto davvero. Se le tue bellissime scarpe sono ancora bellissime come il primo giorno in cui le hai comprate, forse allora non sono veramente così belle. Perché alla bellezza non si resiste: essa vuole essere mostrata, a patto di imbruttirsi un po’.

Allo stesso modo, le uniche relazioni senza cicatrici sono quelle che non hai vissuto o che non ti hanno suscitato grandi emozioni. Mia mamma lo dice sempre: l’amore più forte che proverai è quello che più ti farà soffrire. Perché migliore è il rapporto, più sono alte le aspettative. E più sono alte le aspettative, più è facile deluderle. Questo, però, è il prezzo di cui si deve tener conto fin da subito: un po’ per prepararsi alla caduta, un po’ per ricordarsi che nulla è per sempre, ed è questo il bello. 


Il problema è che la sofferenza, le cadute, cicatrici e i vasi rotti sono sempre stati, in parte giustamente, demonizzati e deformati: non bisogna soffrire, non bisogna stare male, mai.  Sarebbe bello, ma appunto: sarebbe. In un rapporto tra due o più persone è normale che qualcosa, ogni tanto, si rompa. Si parla, si ride, ci si bacia, si fa sesso, ci si ama, si rimane. Però poi si litiga, si urla, ci si odia, si piange, si sbatte la porta, si va via. È normale, è come devono andare le cose. Se vediamo il bianco è perché c’è il nero. Se spunta il sole è anche grazie alla pioggia. Ogni cosa esiste solo in corrispondenza del proprio contrario. Luce e buio, vita e morte, amore e odio, rapporto e rottura. E visto che nessuno rinuncerebbe per sempre al sole per paura di vederlo sparire dietro una nuvola, perché cancellare una persona solo dopo una cicatrice? Tante volte siete caduti dalla bicicletta, non per questo avete smesso di usarla. 


E allora ditemi, cosa cambia con le persone? Ditemi perché continuiamo ad arredare le case con oggetti fragili, pur sapendo che potrebbero rompersi. Perché un vaso, se lo sposti in continuazione, potrebbe scivolarti dalle mani. Ve lo dico io: perché il valore del vaso è direttamente proporzionale alla sua precarietà e fragilità. Ecco spiegato perché le statuette e i soprammobili sono sempre in vetro, ceramica, argilla o porcellana: sono tanto fragili quanto preziosi. 

Per l’appunto -direte voi- proprio perché delicato, un vaso non andrebbe spostato. Per l’appunto -dico io- paragonare una cosa fluida e dinamica come una relazione con un vaso, e cioè un oggetto inanimato fatto per arredare un angolo di casa, non ha alcun senso. Ecco perché questa è una frase insignificante, perché si basa su un presupposto che non esiste. Una metafora stilisticamente apprezzabile ma non corrispondente al vero. 

Eppure la frase del vaso rotto piace a tutti. 


La verità è che nessuno vorrebbe un vaso in plastica, pur sapendo che esso non si romperebbe neanche con un volo dal terzo piano. E così anche in amore (e in amicizia): non si guardano le pieghe e le ferite, ma ci si aggrappa a quell’angolo di carta non ancora stropicciato, a quel pezzo di carne ancora intatto. Sì, nonostante il male e le delusioni. Il vero amore, ovvio. La cosa bella è che nessuno ti dice qual è il vero amore, quindi tanto vale provare con tutti, finché credete sia quello giusto. 


Non è l’amore che deve saltare in aria, ma tutto quel pasticcio di coppie, tradimenti, gelosie. Vero, Micol? 

Ma perché, a me piace tutta quella imperfezione di cui prendersi cura, sbagliare, litigare, fare pace. Come si può vivere se non c’è un modello da storcere? 


Come si può apprezzare un vaso se non c’è il rischio di romperlo?


Non puoi ricomporre un vaso rotto, anche se attacchi i pezzi non sarà mai come prima.

Che poi, chi l'ha detto che prima era meglio?





Bibliografia


La gioia di ieri, Elena Stancanelli (2025)


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