Pagina bianca
La pagina bianca è una possibilità
pesante.
Nuova pagina.
È nuova. È bianca.
È
immacolata. È vergine.
Posso farci di tutto.
Posso
scriverci di tutto.
Posso anche lasciarla così com’è,
e nessuno saprà mai se l’ho fatto apposta o se mi sono soltanto dimenticata di
scrivere.
Un solo punto lo macchia e
diminuisce le infinite possibilità che quel foglio prima aveva, quando era
ancora bianco. Ma di un foglio bianco cosa te ne fai? Tutti possono realizzarci
qualcosa ed è proprio per questo che poi, alla fine, nessuno se ne fa mai
niente.
Quindi, per quanto un foglio bianco nasconda mille opzioni, e per quanto un
piccolo punto diminuisca quelle opzioni a un numero tangibile e non più
infinitesimale, alla fine mettere quel punto è necessario, perché ripeto: di un
foglio bianco nessuno se ne fa niente.
La pagina bianca è una possibilità
pesante, perché ti illude di illimitate possibilità, ma inevitabilmente finirai
per sceglierne solo una. Devi sceglierne solo una.
Esistono modi e modi per macchiare
un foglio bianco: lo si può fare con un puntino, con un disegno, con delle
parole.
Ma il modo più sporco per
macchiare una nuova pagina è questo: parlando di te ora che non ci sei da
più da così tanto tempo. Ora che ho qualcun altro a cui pensare. A cui poter
pensare. A cui dovrei pensare. Io sento tutto il peso di questa
pagina bianca, lo sento anche se ora bianca non lo è più. A volte penso che vorrei stare con
te ancora.
E poi, subito dopo averlo detto,
scritto, cantato, disegnato non lo voglio più. Assurdo, non trovi? Prima desidero così
intensamente una situazione da non riuscire a tenerla per me, con così tanta forza da macchiare, con quel desiderio, un altro foglio bianco. E poi basta.
Non voglio più. Nel giro di pochi secondi. Nel giro di una parola. Nel tratto
di una penna, nella spennellata su una tela, nella nota di una melodia. Monto e disfo contemporaneamente. Mentre
scrivo trasformo quel desiderio in cosa concreta e tangibile perché leggibile. E
quindi, avendo perso la qualità primaria del desiderio, cioè l'astratezza, quello che prima bramavo ora non è più desiderabile. Così, giungo alla solita conclusione: che non m'importa.
Forse bastava scrivere per guarire. Forse bastava assecondare l’impulso che mi ha spinto a digitare il tuo nome sulla
tastiera, macchiando il foglio bianco virtuale del mio pc. Così facendo ho ridotto di molto le possibilità che quel foglio prima aveva, e ho dimezzato anche il mio desiderio, l'ho decapitato.
Forse è questo il destino dei fogli bianchi: alcuni vengono tenuti, altri buttati. Alcuni vengono nascosti nei meandri dei cassetti più improbabili, altri appesi al frigorifero della cucina. Alcuni possono essere letti solo dagli autori, altri vengono dati in pasto ai più. Alcuni vengono donati, altri rubati.
Chissà del prossimo foglio bianco cosa me ne farò. Intanto lui riposa in pace nella pila con i colleghi, ignaro del suo destino. Un po' come me, un po' come noi. Forse siamo stati tutti dei fogli bianchi. Chissà chi ci dipinge, chissà chi ci scrive sopra. Chissà cosa scrive, se la lista della spesa o la formula per la prossima arma nucleare. Chissà dove finiremo, se nel diario di un bambino o nel fondo di un cestino. Spero almeno facciano la differenziata.


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