Lettera a mia madre
Spero tu riesca a capire la mia scrittura ma dubito data la mia pessima grafia. Ti ricordi quando alle elementari la maestra mi aveva detto che dovevo imparare a scrivere meglio? Io sì, mi misi a piangere perché non riuscivo ad accettare di non essere brava in qualcosa. Poi ho imparato che non si può essere bravi in tutto, anche questo me l’hai insegnato tu.
A dire il vero, mamma, tu mi hai insegnato tante cose. Da sempre hai provato a spiegarmi come girava il mondo, con la fantasia di una ragazzina che a 23 anni si trova con una bambina di quattro anni, con il coraggio di chi è a tutti gli effetti scappato di casa (e non come le mie fughe, quelle che duravano un giorno se tanto, mezz’ora se poco), con la leggerezza di chi non ha mai preso la vita davvero sul serio, ma fingeva di farlo per non essere criticata dagli altri; con l’empatia di chi da piccola ha subito bullismo prima che di bullismo si parlasse, mi hai sempre insegnato che la cattiveria è l’arma degli scemi. Mi hai sempre insegnato qualcosa, anche quando tu in primis non ci capivi niente; ecco, in quelle occasioni mi hai insegnato che a volte è normale non capirci niente, e che va bene così.
Io però ho iniziato ad ascoltarti quando ho voluto e tu l’hai sempre saputo. Mi parlavi quando avevo dieci anni ma io volevo guardare la tv, stai zitta mamma!. Mi spiegavi la vita a 14 anni ma sapevi che non ti badavo, ero un’adolescente. Mi raccontavi che anche a te era successo ma io non avevo tempo, avevo 19 anni e dovevo uscire. E poi non ti ascoltavo perché odiavo la tua arroganza nascosta dietro quei discorsi. Cosa vuoi saperne, non siamo mica la stessa persona! E a parte che sì, siamo la stessa persona (ma questo l’ho capito dopo), ciò che odiavo di più non era, appunto, la tua saccenza, ma il fatto che provassi a nasconderla. Se ho capito una cosa è che non lo facevi apposta. La tua era pura innocenza, la stessa di chi a 19 anni ha avuto una bambina, la stessa di chi per tutta la vita non si è vista all’altezza, e magari cercava sicurezze nelle attenzioni altrui, finendo poi per capire che l’unica attenzione che conta è quella che noi stessi decidiamo di concederci. E tu ora l’hai capito e me l’hai insegnato, così che io potessi comprenderlo prima di te. L’innocenza di chi è stata sulla bocca di chissà quante persone, perché in paese eri una ragazzina incosciente che teneva una figlia fatta con uno conosciuto da nemmeno un anno. Con questa innocenza tu provavi a insegnarmi quello che sapevi, con la convinzione nascosta che fosse giusto quello che mi dicevi, ma al contempo con il dubbio che in realtà fosse tutto sbagliato. Ciò che più mi fa strano è non capacitarmi di come tu ci abbia sempre (ma davvero sempre) azzeccato. Più volte mi è capitato di sentire mega pipponi da parte di professori, parlare di filosofie di vita che io già sapevo, che non ho mai dovuto studiare perché tu me le avevi insegnate e io le avevo metabolizzate col tempo. Ma come facevi a conoscerle? Tu che non sei mai stata una studentessa modello, un’universitaria, tu che non sai la differenza tra Aristotele e Socrate, tu che non sei mai stata una donna di cultura perché di cultura sai ben poco (per quello che s’intende in generale con la parola “cultura”). Eppure lo sapevi.
Tu, mamma, ti sei fatta da sola, e questo è impagabile, è la caratteristica che ti invidierò per sempre. Sei come sei per quello che hai fatto, per gli errori commessi, le botte prese, le parole cattive di chi non ti conosce ma crede di sì, per i libri letti e che mi hai consigliato, per tutte le persone con cui hai parlato nella tua vita, e so che sono tante, perché tu me l’hai sempre detto che tutti possono dare qualcosa. Di parlare con l’uomo d’affari e subito dopo con il contadino. Con la regina e con la schiava. Tu vedevi il bello e il brutto in tutti, a volte però ti capitava di vedere solo il bello, e questo ti fregava. Sei sempre stata troppo buona, ecco, io questo ancora non l’ho imparato.
Forse -spesso ho pensato- sei una filosofa. Ed ecco spiegato il perché non conosci la differenza tra Aristotele e Socrate: perché anche loro, come te, sono filosofi. E se è vero che non puoi conoscere una cosa finché non la vedi da lontano, tu non saprai mai di essere una filosofa (a meno che non te lo dica qualcuno), perché appartieni alla categoria. Hai capito? Probabilmente no, quando scrivo periodi così lunghi ti perdi, mea culpa. Cioè voglio dire: sei tanto immersa in una categoria che non riesci a vederla e riconoscerla; è la metafora dei pesci che non sanno di essere immersi nell’acqua perché ci nascono dentro. Vabbè dai, magari te la spiego dal vivo.
Tutto quello che hai imparato non l’hai studiato, l’hai provato sulla pelle o sul cuore. E poi hai provato a insegnarlo a me. Sono così tante le cose che ho imparato da te, e chissà quante tra queste credo di averle imparate da me.
Mi hai insegnato a non avere paura.
Mi hai insegnato a dire la verità a me stessa, costi quel che costi.
Mi hai insegnato a fare la lavatrice.
Mi hai insegnato tutte le canzoni di Amy Winehouse, era l’unico CD che avevi in macchina.
Mi hai insegnato ad amare il mare.
Mi hai insegnato l’educazione.
Mi hai insegnato a piegare le lenzuola, anche se vorrei non averlo mai imparato, forse così potrei ancora distendermici sopra come fosse un’amaca mentre tu e nonna le piegate.
Mi hai insegnato a dare una seconda possibilità a tutti.
Mi hai insegnato a essere me stessa, a costo di essere mal vista dagli altri.
Mi hai insegnato a farmi la ceretta.
Mi hai insegnato a ricredermi su certe cose e persone.
Mi hai insegnato a lasciare la libertà, soprattutto a chi voglio e volevo più bene. E se anche loro te ne vogliono, torneranno, dicevi. Questo l’ho imparato a fatica, ma ce l’ho fatta.
Mi hai insegnato a mettere da parte l’orgoglio.
Mi hai insegnato a fare le cose solo per il gusto di farle, perché non devono esserci chissà quali motivi, basta volerlo.
Mi hai insegnato a ringraziare.
Mi hai insegnato a essere donna e ragazzina, e che uno non esclude l’altro.
Mi hai insegnato a lavorare duro, a non arrendermi alla prima difficoltà. Ricordo quando ti chiamai il secondo giorno di lavoro: piangevo e volevo tornare a casa. Per favore mamma, non ce la faccio, fammi tornare. E tu mi dicesti: se io ti faccio tornare a casa ora, farai più fatica dopo. Se io ti faccio tornare a casa, ti faccio un torto, ti faccio del male. Rimani lì ancora un po’ e vediamo. Tornai a casa a settembre, finita la stagione. Quella volta ti ho odiato, ma poi ho capito. E così oggi ogni volta che mi capita di odiarti ripenso a quando, dopo nemmeno quattro mesi, compresi il significato di quello che avevi provato a insegnarmi.
Tu poi mi hai insegnato che la vita senza cuore non è vita.
E mi hai insegnato cose che forse non hai ancora imparato nemmeno tu. Quelle, se vuoi, te le posso insegnare io. Spero di essere brava come te.


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